L’isola di Arturo

“E così in eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa”

E ogni pagina che ho letto de “L’isola di Arturo” di Elsa Morante ha ricopiato le pagine della mia adolescenza. Le sue spiagge solitarie, gli anfratti tra cui rimbomba l’eco di sogni ingombranti e le fortezze inespugnabili che ancora oggi faccio fatica a spiegare a me stesso. A volte ci si chiede cosa significhi crescere, e credo che Elsa ci dica che crescere consiste nel sedersi su un molo e aspettare che una barca appaia dal mare d’inverno, là in fondo, proprio sul bordo dell’orizzonte, e ci spinga a partire. Crescere significa amare e odiare visceralmente l’isola (forse perché l’isola è il mondo, o perché un’isola sembra un’isola soltanto se la si guarda dal mare), ma avere il coraggio di abbandonarla. Qualcuno vi dirà che quello della Morante è un romanzo in cui non accade nulla, e ammetto che abbia perfettamente ragione. Nella mia adolescenza non c’è stato bisogno che accadesse qualcosa perché tutto accadesse. Amori dolci e pungenti come ricci di mare, gelosie inconfessabili, sofferenze, vanità, paure. “L’isola di Arturo” è un libro che, per dirla alla Fitzgerald, ci fa remare come barche contro corrente, risospingendosi senza posa nel passato, mentre esploriamo con Artù Gerace le grotte che nascondono tutti gli adolescenti che siamo stati e che facciamo finta di dimenticare. Ci invita a metterci in ascolto, che già si sente il rumore del mare, e ad aguzzare lo sguardo, che tra la bruma già si scorge il profilo di un’isola. Ci invita a chiederci se l’abbiamo avuto il coraggio di prendere il largo, o se stiamo ancora aspettando il traghetto sul molo. Perché se è vero che nessun uomo è un’isola, ho qualche dubbio che a sedici anni nessuno di noi lo sia stato.

 

Author: Marco

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