Blade Runner 2049

Fernweh” è una parola tedesca la cui traduzione in italiano suonerebbe come nostalgia per un luogo in cui non siamo mai stati. O per un tempo che non abbiamo mai vissuto, direi, almeno a guardare il palinsesto cinematografico degli ultimi anni, infarcito di pellicole dallo spiccato retrogusto anni ’80. Guardiani della Galassia, Atomica Bionda e Barry Seal, solo per citarne alcuni (e che dire di Stranger Things a proposito delle serie TV?), rientrano in quell’estetica basata sull’immagine che oggi abbiamo del decennio con i capelli cotonati e che, negli anni ’10 del nuovo millennio, sta correndo forte più che mai. A nutrirsi dell’onda lunga degli eighties sono anche i vari sequel, da Trainspotting 2 alla nuova trilogia di Star Wars, finanche ai remake (IT, Jumanji) che, consapevoli della bontà della ricetta, ripropongono sotto nuove vestigia cult di successo con rimpastoni non sempre digesti ai palati più raffinati. Se ha funzionato una volta, perchè non dovrebbe funzionare una seconda?

Discorso a parte va fatto per Blade Runner 2049.

Viviamo sulle spalle di giganti, e questo si sa. Ma riproporre a distanza di 25 anni le atmosfere fumose della Los Angeles illuminata da kanji al neon di Ridley Scott, e dare loro nuova vita, beh, questa era un’operazione su cui in molti erano scettici.

Di fronte a un hype così massicio (avremmo rivisto cose che noi umani non potevamo nemmeno immaginare?) è stato scelto un regista sulle cui prospettive regna un hype cinefilo direttamente proporzionale: il canadese, pardon quebequese, Denis Villeneuve. Fresco di Arrival (un ibrido che parla di alieni, linguistica e teoria della conoscienza…What?!) e con alle spalle una filmografia (Prisoners, Sicario, La donna che canta) tanto eclettica da ricordare proprio quella di Scott, il regista di Trois-Rivières sforna una pellicola visivamente magniloquente e capace di sviluppare le domande bioetiche poste dal romanzo di Philip K. Dick.

Il guanto bianco che raccoglie vermi rossastri nell’allevamento di proteine, le rovine di Las Vegas in un trionfo di ocra e arancioni e le gigantesche insegne pubblicitarie che si riflettono viola e azzurre sul volto di K costituiscono soltanto alcune delle palette cromatiche più riuscite del film (e che io, sinceramente, troverei perfette per dare un tocco fantascientifico alle mura di un appartamento hipsteroide).

La fotografia rarefatta e immaginifica costituisce la punta di diamante dell’universo di Blade Runner 2049, forse in maniera ancor più esplicita rispetto al suo progenitore, e in alcuni versanti colma con la pura contemplazione estetica la lentezza di un tech noir ragionato (ma che nel finale nasconde il plot-twist che ho apprezzato di più almeno dai tempi di Oldboy).

Da sottolineare la brillantezza di un cast che ricorderemo, anche se alcune ombre persistono. Ryan Gosling (ormai totem dell’estetica synthwave) nei panni di un androide senz’anima eleva ad arte la sua proverbiale imperscrutabilità, mentre con la riuscitissima sequenza iniziale Dave Bautista passa di diritto dal ring a quella manciata di attori che gravitano attorno ai film di spessore.

E se l’autocitazionismo un po’ sbiadito (ma che tanto piace a noi fan) del ritorno di Harrison Ford (da “Il risveglio della Forza” riuscirà a dismettere i panni del padre assente?) rimane comunque funzionale ai fini della trama, sicuramente meno riuscita è la figura dell’antagonista, un Jared Leto luciferino e garrulo che si perde un po’ troppo in sproloqui biblici e metafisici e manca il flow che lo avrebbe consacrato a villain di culto.

Ma Blade Runner 2049 non è solo un film estetico, o un film di attori, o un noir ben congegnato. È sicuramente tutto questo, ma per vocazione e per scelte rimane un film di fantascienza che prova a parlare di bioetica. Certo in modo più lampante del capitolo firmato da Ridley Scott, e molti hanno visto in questo un segno di rozzezza (per lo stesso motivo per cui una madame è una madame finché non ha bisogno di dirlo), eppure il tentativo di parlare di qualcosa di “più umano dell’umano“, delle frontiere che la nostra specie si troverà ad affrontare nel momento in cui creerà nuove specie e del miracolo della vita e dell’anima collega Blade Runner 2049 a quel filo rosso che, da IoRobot a Ghost in the Shell, da Mr. Nobody a Gattaca e Dune, accetta la sfida di guardare al futuro per arrivare a una comprensione più profonda, e perché no più filosofica, del presente.

Perché se in fondo “the true delight is in the finding out rather than in the knowing“, per dirla con le parole di uno che di Sci-Fi se ne intendeva, Blade Runner 2049 è un film che ci porta al di fuori delle nostre megalopoli, verso gli oceani bui che si affacciano sull’Extra Mondo, e ci ricorda che, se continuiamo a riempire le sale per vedere fantascienza impressa su celloloide, forse non stiamo cercando delle risposte sensate, ma soltanto il senso delle nostre domande.

P.s. L’avevate mai vista una scena di sesso tra un umano bioingegnerizzato e un’intelligenza artificiale che si proietta come ologramma sul corpo di una prostituta per unirsi carnalmente a lui? Ecco, diciamo solo che Ryan ha avuto modo di divertirsi.

P.s.s. A proposito, se le love story tech vi incuriosiscono ripescatevi Her: primo perché in 2049 è ben distinguibile una linea narrativa che si ricollega al capolavoro di Spike Jonze, secondo perché è un film che vi farà sentire tristi, ma tristi in un modo bello.

Author: Marco

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