Conversazione in Sicilia

 

Nessuno può offenderci nel nostro amore, lui fanciullo e io…

Conversazione in Sicilia (Elio Vittorini, 1941) è un ritorno alle terre d’origini. Non è una decisione: è un richiamo al quale il protagonista non può sfuggire. Tra la pioggia e il dolore, c’è solo una luce che sembra una vaga speranza: un treno per la Sicilia. Ed è un ritorno che si trasforma in ricerca, una ricerca che si trasforma in ritrovo. L’umanità sembrava svanita, in un tempo oscuro e senza verità: il tempo senza libertà di qualsiasi dittatura. Ma quel treno per la Sicilia apre uno spiraglio di fiducia: c’è ancora chi vuole comunicare e fa di tutto per instaurare un breve ma profondo dialogo con chi si trova accanto. Ed è così che venivamo in contatto con i personaggi del libro, interlocutori in un viaggio verso una terra piena di miseria, di ingiustizie e di sole, anche nel profondo dell’inverno. E nella parola si riscopre la fiducia nell’umanità, la speranza verso un mondo diverso. Silvestro, dopo 15 lunghi anni da quando è emigrato, rincontra la madre, Conciliazione, splendido personaggio femminile delineato nella sua forza, spontaneità e evoluzione. Attraverso ironia e tenerezza, si scontrano due visioni che sembrano opposte, ma che diventano poi complementari: la terra dell’infanzia di Silvestro, i campi sconfinati in cui si poteva correre e giocare, si trasformano nell’aridità, nella sete, nella difficoltà di vivere di Conciliazione. Il padre che viaggiava e recitava, allegro e spensierato, si trasforma nel piagnucolone traditore che ha vissuto la madre. Il dialogo cambia il figlio, ma cambia anche la madre: entrambi imparano qualcosa di più, sulla vita e sulle parole. Per dimostrare che la verità è difficile da trovare: ma se c’è la libertà, la volontà di dialogare, la prospettiva con cui si guarda mondo allora può cambiare, in direzione di una verità sempre più vicina. Conversazione in Sicilia ha un motto fondamentale: “gli alti doveri” del Gran Lombardo, personaggio incontrato in treno. Tra una moralità sempre insufficiente, una tensione verso un impegno sempre maggiore, il messaggio è uno, ed è forte: bisogna schierarsi dalla parte dei vinti, degli sconfitti, di coloro che hanno bisogno di aiuto per imparare a parlare, e a riconoscere le menzogne e le retoriche altrui. Vittorini ci incanta con uno stile originale, che rifugge da ogni medietà espressiva, in cui le parole si inseguono, si mescolano, e ritornano con più intensità di prima a ricordarci di non dimenticare. Nelle continue ripetizioni, nelle reiterazioni verbali, ci troviamo avvolti in una rete fitta di parole che continueranno ad aleggiarci intorno anche quando il libro sarà chiuso. Vittorini, nella delineazione di una Sicilia tanto particolare e tanto caratteristica, crea un libro così universale da poter esser sempre valido: finché ci saranno ingiustizie da dover combattere e raccontare.

Perché piangete? Chiedevano. Ma io non avevo nessuna risposta da dar loro. Non piangevo per qualche ragione. In fondo non piangevo nemmeno; ricordavo; e il ricordo aveva quest’apparenza di pianto agli occhi altrui.

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