Otsukimi

Author: Viova

Quell’anno era andata bene, con il tempo. Il cielo era limpido e si poteva vedere il profilo delle montagne così nitidamente da potersi immaginare le ragazze raccogliere i fiori sparsi sui prati. Takeshi non aveva ancora cominciato a pubblicare.
Non alzava mai lo sguardo al cielo: era il foglio che catturava i suoi occhi, e le sue mani ruvide e agili. Ma aveva invitato Hikari alla festa della luna quella notte e Hikari provava una timida eccitazione. A stare con lui si aveva la sensazione di diventare carta leggera su cui ogni singola emozione riusciva a scivolare. Mentre lavava il riso sotto l’acqua fredda, continuava a pensare al momento in cui si sarebbero trovati insieme sotto i fuochi d’artificio. I chicchi sottili erano illuminati dal sole che entrava dalla vetrata sul giardino. I fiori di stagione erano di colori delicati e si poteva bere il tè bollente e amaro della mattina immaginandosi di essere in un mondo ovattato, ai limiti di una tenue magia d’atmosfera. Hikari beveva il tè bollente e amaro della mattina per un’abitudine quasi punitiva. A lei non piaceva il sapore intenso delle foglie scure, ma sentiva di adempiere a un qualche dovere, sacrale e impalpabile, che le era stato affidato, quando la lingua veniva punta dal penetrante aroma e si scottava per il caldo. Ma a Hikari piaceva l’autunno. E a Hikari piaceva la sensazione che si provava sfregando i chicchi freddi sulle mani. Sorrideva. Sarebbe stata bellissima quella sera: e Takeshi l’avrebbe desiderata? Arrossì. Ma era sola e poteva pensare a lui e al modo in cui la felicità riusciva a sembrare solida e reale, in quei momenti. Si lasciava andare ai desideri ingenui e sfumati dei sentimenti che provava: quante volte diventava un personaggio che si muoveva guidato dai suoi gesti, in espressioni dolci di sorpresa e in urla disperate, in una gamma di emozioni che potevano renderla viva almeno lì, quando era sua, quando parlava, rideva, baciava tra linee nere e parole racchiuse. Si concentrava sui dettagli che riusciva a ricostruire meglio: le sopracciglia tese di Takeshi in un’espressione concentrata, impegnata fino allo sforzo più estremo: come si poteva essere più speciali? Sognava di essere desiderata in quel modo, di essere scolpita come scolpiva i loro corpi, sfiorata, resa viva dai suoi colori.

Entrò nella vasca lentamente, per non far uscire l’acqua dai bordi. Appena si immerse con tutto il corpo fu percorsa da un brivido. La stanza era fredda e il vapore ancora non aveva riscaldato l’aria. Chiuse gli occhi. Si era innamorata e voleva concentrarsi su quelle sensazioni.  Si compiaceva di analizzarsi in ogni minimo dettaglio, di guardarsi da fuori, come da lontano, e sorridere dei cambiamenti che trovava. Si era innamorata, chi l’avrebbe mai detto? Aprì gli occhi e guardò il suo corpo bianco sotto il velo dell’acqua. Aveva acceso l’incenso per concedersi del riposo prima di prepararsi per la serata. Quel profumo le ricordò la primavera. Gli occhi le si assottigliarono per un sorriso improvviso: ricordava quando si erano parlati per la prima volta. Quanti mesi erano passati? Lui avrebbe detto che erano passati dodici capitoli. Sei mesi. Il sole stava calando e la sala da bagno non aveva luci accese. Hikari intravide nei fasci di luce rossi che entravano dalla piccola finestra delle polveri sottili. Decise di uscire solo quando si era fatto ormai buio.

Si incominciavano a sentire i rumori di festa provenire dalle strade. Il riso era stato preparato, lei si era vestita, truccata e aveva preso un fiore del giardino da mettere tra i capelli. Chissà di cosa avrebbero parlato. Forse lui l’avrebbe presa per mano. Le sembrava azzardato. Ma perché no? Magari l’avrebbe portata a passeggiare sulla via dei fiori di pesco, e avrebbero immaginato di essere su una spiaggia. Non avevano mai camminato sulla sabbia, né lei né Takeshi. Sarebbe stato bello farlo per la prima volta insieme. E Hikari non aveva mai baciato nessuno. Il pensiero questa volta non la imbarazzò, anzi. Provò un entusiasmo femminile, elegante e vivo.

C’erano solo due specchi in casa: uno per il volto, nella sala da bagno, e uno nella camera dei suoi genitori. Sua madre non voleva che Hikari entrasse nel suo antro segreto. Ma era la festa della luna,e Hikari era così bella che sua madre la prese spontaneamente per mano e la accompagnò in camera, oltre il fusama dipinto con alberi in fiore.

 

Camminava decisa, con la schiena ben dritta, verso la collina della città, portando gli gnocchi di riso in un cestello di legno e nastri rosa chiaro. I capelli raccolti lasciavano scoperto il collo. Il suo sguardo, intensificato dalla spessa linea scura del trucco, guardava fisso la fine della strada. Si voltò solo quando passò accanto alla via dei fiori di pesco, ma così impercettibilmente che nessuno l’avrebbe potuto notare. Si dovevano incontrare accanto allo Shinto storico della città, e non mancava ormai molto. Il calore del sorriso di Takeshi si sparse per il suo corpo teso: Hikari lo aspettava, e nell’attesa ricordava e fantasticava e tornava di nuovo ai soliti pensieri, a quanto sarebbe stato bello catturare lui, strapparlo via dalla sua passione, e non per una qualche cattiveria – lo avrebbe incitato, lo avrebbe sostenuto, come un’amorevole moglie che veglia sul marito malato, come un sacerdote che ridà forza a un cuore abbattuto con una semplice parola, ma quella giusta  – ma solo per un egoismo desideroso di vittoria.  Conosci ciò che ama e prova a farti breccia oltre quelle mura: oltre le mura della luce non c’è che un luogo caldo e sicuro: ed eterno. Una Musa. Desiderava, sperava (una sottile distinzione che sfumava quando c’era in gioco Takeshi) di irrompere nella sua vita come una meteora dall’Universo che cade e sconvolge il terreno, portando con sé mistero, fascino e paura, o come un’onda, travolgente e spaventosa, che rompe gli argini ma purifica la spiaggia.  Chiamate improvvise nel mezzo della notte: “Vieni qui. Ho bisogno di te”. E quei dettagli riconoscibili a loro due soltanto, in ogni volto femminile che sorgeva dalla sua matita. Daisukidesu. Amore. Il battito era accelerato: qualcosa cercava di creare un solco nello stomaco.  Koi no yokan: l’aveva sempre saputo.

 

8.34

Takeshi non era un ritardatario. I fuochi d’artificio non erano ancora cominciati. Hikari decise di controllare se per caso l’avesse chiamata. La tensione intanto si scioglieva in un leggero fastidio.

8.45

I fuochi cominciano tra poco. Sono allo Shinto. Dove sei?”. Il telefono vibrò.

 

In cielo, la notte si copriva di colori. Lo spettacolo era appena cominciato.  Il rumore dei botti diveniva sordo, attutito, man mano che si allontanava. Con ironia pensò a quanto somigliassero a tante, tante linee cinetiche disegnate su uno sfondo scuro. Gli occhi incominciarono a bruciarle. Si ricordò del suo volto allo specchio, solo qualche ora prima. Era così bella. Si sforzò di non far colare il trucco sulle guance. In fondo, come si poteva essere così speciali?

 

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