Nel paese delle creature selvagge

Author: Viova /

Bisogna essere sinceri. Forse non ce lo ricordiamo tutti nello stesso modo, forse conserviamo solo ricordi di giochi felici e una spensieratezza leggera, ma a volte mi sembra di percepire un’ombra che segue le mie memorie di quando ero bambina, una vaga sottile percezione di paure e dolore. Il paese delle creature selvagge mi ha fatto tornare bambina, nel profondo delle mie emozioni, tutte le mie emozioni.

Il film rende benissimo il senso costante di minaccia, la claustrofobia che le gallerie sotterranee delle nostre avventure portavano con sé.

Max è un bambino che ama giocare, sognare e divertirsi, ma in casa si sente solo, incompreso. Una semplice lite si scatena in una fuga folle da casa, in un gesto di rabbia incontrollata. Da lì Max si avventurerà in un paese lontano, abitato da mostri fantastici che lo eleggono loro re. È una storia commovente, nella continua ansia di rimanere soli che le grandi e spaventose bestie provano nel loro cuore uguale al nostro. Ogni momento di felicità contiene la tensione di ciò che potrebbe arrivare a rovinare ogni cosa. Questi mostri, senza sapere perché, non riescono a essere felici. È difficile essere una famiglia: è questo che dicono, rassegnati allo scontro di emozioni che li avvicinano con tenerezza e li allontanano con rabbia. Max farà di tutto per aiutarli, ma i suoi poteri di re arriveranno fino a un certo punto. Il film gioca con le ombre e con i suoni in modo da non permetterci mai di abbassare la guardia (da bambini le minacce sono sempre dietro l’angolo, le emozioni positive si trasformano così in fretta e così inspiegabilmente in quelle negative), un sottile nonsense emerge ogni tanto a caratterizzare questi giganti di peli e artigli (ognuno diverso dagli altri, quasi che siano tutti gli aspetti dell’essere bambini).

Ho percepito la bellezza del film in due momenti. Durante la visione (ho pianto, in modo estremamente partecipe) e qualche giorno dopo.

Mi sono svegliata piena di rabbia e rancore e ho desiderato un luogo dove urlare e non sentirmi giudicata da nessuno. Poi ho ripensato ai mostri selvaggi di Max, alla foresta scura e al deserto solitario, agli oggetti rotti e alle corse senza senso. Ho sentito il desiderio, o forse il bisogno, di immergermi nuovamente in quella storia. Io credo sia questo il potere del film (e di questo libro, che in modo diverso, più diretto e più infantile ancora), una catarsi che non giudica nessuno. Non essere compresi è la paura più grande di tutte ed è anche una paura da cui non si può scappare facilmente per un semplice motivo: potranno esserci l’empatia, i neuroni specchio, l’amicizia e la psicoterapia, ma nessuno ci capirà mai davvero. E da questa amara constatazione emerge solo una profonda rabbia e desolazione che in certi momenti non sa come uscire e andar via. Ecco come farla andare via: andando nel paese delle creature selvagge e danzando con loro, tirando fuori la voce e i denti. E poi, tornando a casa. Da chi ci ama davvero.

 

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