L’orrore della normalità. La corsia n. 6 di Anton Čechov

Author: Giovanni Pasini /

 

Il potenziale della grande letteratura risiede nella capacità di presentare su carta avvenimenti e personaggi che, seppur fittizi, finiscono per imporsi con viva forza nell’immaginario dei lettori. È nella strutturazione dei romanzi che si assiste più spesso alla creazione di veri e propri universi letterari, ma capita anche che ad emergere con vigore incisivo siano le vicende narrate in novelle di poche decine di pagine. Anton Čechov (1860-1904), uno fra i grandi narratori dell’Ottocento, possedeva appunto questa dote: riuscire a trasporre e condensare il vissuto umano nei suoi racconti.

Ci soffermiamo su una delle opere della maturità di Čechov, La corsia n. 6, pubblicato nel 1892. È questo uno degli esempi delle narrazioni brevi più serie e a tinte cupe dello scrittore russo, che esordisce in giovane età scrivendo prevalentemente racconti di taglio umoristico.

In La corsia n. 6 vengono descritte le condizioni di vita riscontrabili nei ricoveri per malati psichiatrici, uno scenario che deve avere toccato Čechov durante la sua occupazione di medico (considerò sempre questo come il lavoro che gli premeva primariamente, tanto da sostenere: «Oltre la medicina, la moglie legittima, ho un’amante: la letteratura»). Da un lato nel racconto è contenuta una critica implicita alle strutture maggiormente trascurate e retrograde in cui si ospitavano i pazienti in Russia; il reparto che compare nella narrazione patisce la carenza di igiene, e si verificano qui le più svariate trasgressioni da parte del personale, all’interno del quale è presente un custode che percuote gli internati.

Nelle sale, nei corridoi e nel cortile dell’ospedale era difficile respirare per il fetore. Gli inservienti, le infermiere e i loro bambini dormivano nelle sale insieme coi malati. Si lamentavano che la vita era impossibile a causa degli scarafaggi, delle cimici e dei topi. Nel reparto chirurgico non si riusciva a debellare la risipola (N.d.A. malattia della pelle). Per tutto l’ospedale c’erano soltanto due bisturi e nemmeno un termometro; nelle vasche da bagno si tenevano le patate. Il custode, la guardarobiera e l’aiuto-chirurgo saccheggiavano i malati.

Ma oltre alla critica della malasanità – che è sempre presentata tramite la cruda descrizione delle condizioni dei malati e mai sostenuta con tono polemico dal narratore – ciò che colpisce nel racconto è la capacità di Čechov di delineare la storia di una vita, quella del dottor Andrèj Efímyč Ragin. Medico che da vent’anni si occupa del piccolo ospedale della cittadina periferica della narrazione, è questo un personaggio dai tratti problematici: uomo mite costretto dal padre ad intraprendere gli studi di medicina, matura per la propria professione un profondo senso di apatia, che lo conduce alla convinzione secondo cui la scienza medica in realtà inganna l’umanità, dal momento che si limita a prescrivere rimedi per alleviare i mali minori, senza riuscire a curare e prevenire alla radice il dolore che caratterizza l’esistenza. L’unica consolazione per il malcontento di Andréj è costituito dalle letture di filosofia e di storia, compiute nella solitudine della sua modesta abitazione.

Qualcosa cambia però nel dottore grazie all’incontro con il co-protagonista del racconto, Ivàn Dmitrič Gromov, giovane nobile decaduto ed internato nella corsia numero 6 a causa della mania di persecuzione da cui è affetto. Andrèj riscontra nel ragazzo una capacità di ragionamento e un interesse verso le manifestazioni culturali atipico fra gli abitanti della cittadina, e ne rimane impressionato a tal punto da intrattenersi frequentemente a dialogare con lui. Le attenzioni rivolte ad Ivàn Dmitrič sono utilizzate però come un pretesto per l’estromissione dalla professione di Andrèj dal suo collega in seconda, il dottor Chòbotov. Per la sola colpa di aver conversato con il malato, Andrèj Efímyč viene quindi prima privato del lavoro, poi, a seguito di un innocuo attacco d’ira, internato nell’ospedale, dove morirà per un colpo apoplettico successivo alle percosse infertegli dal custode Nikíta.

Le vicende della narrazione ed il loro esito conducono ad alcune riflessioni: la storia di Andrèj Efímyč pare essere, a tutti gli effetti, la storia di una sconfitta. Andrèj patisce la propria inadeguatezza nei confronti di un mondo in cui la meschinità, l’ipocrisia e l’arrivismo sovrastano gli ideali di una teorica ‘intelligenza’ che egli vorrebbe riscontrare negli uomini intorno a lui, ma che non trova se non nel giovane Ivàn. Il ragazzo risulta limitato certo da una profonda ansia sociale dovuta alla mania di persecuzione di cui soffre, tuttavia dimostra di saper instaurare col dottore discorsi che si discostano dalla logica conformistica, ritenuta futile e gretta da entrambi. Sempre Ivàn, considerato pazzo da chiunque nel paesino, apre ad Andrèj gli occhi circa la sua condotta: il dottore, indugiando eccessivamente nel ‘filosofeggiare’ delle sue letture, non riesce a guardare al lato concreto della vita e a considerare il vero dolore, che gli internati provano costantemente a causa del loro stato di disagio mentale non compreso, e anzi a tratti addirittura punito, nella condizione di prigionia.

Nei colloqui con il giovane, Andrèj Efímyč giunge quindi ad una consapevolezza che gli sarebbe stata impossibile sviluppare a contatto con la ‘normalità’ a lui circostante. Questa presunta normalità attorno al dottore non tarda a giudicarlo ‘malato’ per la sola colpa di essersi avvicinato ad una persona sofferente, con il proposito di comprendere il diverso, che è dalla comunità stigmatizzato.

La mia malattia consiste soltanto in questo, che in vent’anni ho trovato in questa città un solo uomo intelligente, e questo è un pazzo. Non ho alcuna malattia, ma semplicemente sono caduto in un cerchio incantato dal quale non c’è uscita. Per me fa lo stesso, sono pronto a tutto.

 

Così dice Andrèj Efímyč poco prima di essere ricoverato nel reparto nella stessa cella di Ivàn, che gli ribadisce sarcasticamente che all’interno dell’ospedale potrà verificare in maniera concreta i risvolti pragmatici di un’esistenza sempre da lui vissuta sotto il profilo teorico. La violenza del custode, che non tarda ad abbattersi sul povero dottore, è metaforicamente la violenza di un mondo che non accetta e non comprende la diversità e la necessità d’aiuto dei malati del reparto; solo tramite questo tipo di dolore, vissuto sulla propria pelle, Andrèj Efímyč comprende cosa abbiano passato le persone che visitava con noncuranza tutti i giorni:

Dal dolore addentò il guanciale e serrò i denti; e a un tratto in mezzo al caos, gli balenò chiaro in mente il terribile e intollerabile pensiero che un dolore proprio uguale avevan dovuto provarlo per anni, un giorno dopo l’altro, quegli uomini che ora sotto il raggio della luna parevano nere ombre. Come era potuto accadere che per lo spazio di più di vent’anni egli non l’avesse saputo o non l’avesse voluto sapere? Egli non aveva conosciuto, non aveva avuto nozione del dolore, non era dunque colpevole, ma la coscienza, intrattabile e dura come Nikíta, gli fece provare un senso di freddo dalla testa ai piedi.

Viene da chiedersi, però, se la storia di Andrèj Efímyč vada considerata del tutto come la storia di una sconfitta: il dottore termina infatti sì i suoi giorni in miseria, ma è ritenuto pazzo da una comunità a lui circostante che basa la propria esistenza sull’individualismo e sulla negligenza dell’altro. La vera sconfitta risiede a ben guardare, appunto nella condotta della cosiddetta ‘normalità’ attorno ad Andrèj e ad Ivàn, fondata sull’aculturazione, sul rifiuto dell’aiuto a chi lo necessita e sulla violenza prevaricatrice.

 

Author: Giovanni Pasini

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