Diario di un’avventura improbabile, Felix Madison

Author: Viola //

 

Jonathan Suiff è uno scrittore: uno scrittore umile, un po’ imbranato, dalle mille idee. La sua storia – la sua avventura e il suo racconto – comincia quando viene invitato ad analizzare dei diari di un visionario e ricercatore del passato. Ma tutto ciò che verrà messo in moto da questa semplice chiamata non si potrà arrestare facilmente: lo scienziato, filosofo e scrittore Withmoore ha lasciato centinaia di pagine a testimonianza di una sua grande scoperta, l’elisir di eterna giovinezza. E c’è qualcuno che forse crede ancora a questa storia…

Spionaggio, follia, vecchi conti del passato che ritornano ad essere affrontati. Il povero Suiff si ritrova insieme ad altri personaggi a dover risolvere qualcosa più grande di lui – più grande di quanto avrebbe mai potuto immaginare – ma intanto ritrova legami perduti, ne crea di nuovi, impara a conoscersi meglio.

Diario di un’avventura improbabile è soprattutto un romanzo d’avventura, una spy story, con un po’ di mistero e un po’ di magia (o scienza? Chi lo sa). Ma la componente comica non è da sottovalutare, così come il tono autobiografico ironico: durante la lettura si ride, ed è il protagonista spesso a ridere di se stesso insieme agli altri. A volte vorresti dare una scrollata a Jonathan Suiff per incoraggiarlo e dirgli di smettere di autocommiserarsi. A volte vorresti dare una scrollata agli altri personaggi per dir loro di smettere di credere così poco in lui. E poi ti commuovi, scoprendo tutto quello che Jonathan Suiff nasconde nel suo passato. E ti commuovi scoprendo la storia di tutti i personaggi che incontri, che inaspettatamente si rivelano altro, si tolgono le maschere e in un gioco continuo di cambio di ruoli diventano quello che non ti aspettavi. Il personaggio principale quindi è un po’ la forza di questo libro: si mette in gioco, mostra le sue debolezze, riacquisisce determinazione.

Felix Madison, ovvero Alessandro Felisi, lavora con il teatro, e si vede. Le scene teatrali sono moltissime: battute, movimenti e scenografie spesso rimandano al mondo teatrale e contribuiscono a rendere la storia movimentata, fluida e leggera.

È davvero difficile riassumere la trama più di quanto abbia provato a fare poco sopra: si svelano molte cose fin dall’inizio, molte altre rimangono in ombra fin dopo la fine. La scrittura è lineare, accattivante e scorre veloce. I capitoli si alternano tra la prima persona (il racconto autobiografico di Suiff) e la terza. Ci addentriamo perfettamente nel modo di pensare dello scrittore, impariamo a conoscerlo, e poi osserviamo la storia dall’alto, osservando anche gli altri punti di vista. Soggettività e oggettività insomma, anche per insegnare che il modo in cui ci vediamo non sempre è rispecchiamo dal modo in cui ci vedono gli altri. Il finale è inaspettato ed estremamente commovente.

Ha una trama fitta, ha molti personaggi, non scontati soprattutto nelle relazioni che avranno gli uni con gli altri. Non è superficiale, benché sia solo un’avventura. Moltissime citazioni nerd e attuali riescono ad agganciare il libro alla nostra realtà.

Il finale è sospeso: c’è un finale, ma è anche aperta la possibilità di un secondo libro. Questo non preclude la lettura del primo e basta, però, che può essere una lettura piacevole anche finita in se stessa. Per i ragazzi un’ottima lettura, fatta di suspense, crescita, divertimento, incomprensioni e risoluzioni che ogni adolescente vive ogni giorno.

Qui sotto una piccola intervista all’autore, Alessandro Felisi.

Ciao Alessandro… o meglio, Felix Madison. Come mai questo pseudonimo?

Quando partecipai al concorso di Mondadori e Kobo, vinto appunto con questo libro, veniva data la possibilità agli autori di iscriversi usando uno pseudonimo. Come resistere alla tentazione?

La scelta del nome deriva dall’amore per il teatro e in particolar modo per le commedie d’autore. Felix Madison è infatti l’insieme di nome e cognome dei protagonisti della Strana Coppia di Neil Simon: Felix Ungar e Oscar Madison. La scelta non è stata casuale ovviamente.

Oscar Madison, è uno scrittore, un giornalista per essere precisi. Dei due è quello disordinato e approssimativo, vive da solo in un appartamento trasandato ed è il prototipo dell’uomo divorziato che vive da solo. Felix Ungar è l’esatto opposto: preciso in modo maniacale, ossessionato dall’ordine e dalla pulizia, e incapace di rassegnarsi all’idea di essere rimasto solo.

I due personaggi riassumono brillantemente alcune delle caratteristiche più evidenti del mio carattere, che come per tutte le persone, è fatto anche di opposti e di contrari.

P.S. io non sono divorziato però!

Come ti è venuta l’idea di questa trama? 

Da una domanda. Anni fa, guardando il film Nim’s Island mi sono innamorato del personaggio interpretato da Jodie Foster; Alexandra Rover. Nel film lei è una scrittrice agorafobica e ansiosa, ma che nonostante le proprie paure si lascia convincere dal personaggio dei suoi libri ad andare in soccorso di una ragazzina bloccata su un’isola del pacifico. Il caso vuole che la ragazzina in questione sia un’ammiratrice dei romanzi che scrive la Rover. La relazione con il personaggio imaginario del libro che scrive, ricorda molto quello di Kathleen Turner nel film Romancing the Stone.

Anche se la domanda che mi sono fatto non ha una correlazione diretta con questa storia, ha fatto sì che mi chiedessi come avrebbe affrontato un’avventura forzata uno scrittore di quarant’anni, che di punto in bianco si ritrova nei panni di un dodicenne. La stessa età che hanno i protagonisti dei libri che lui stesso scrive.

Il resto ha preso vita di conseguenza.

Durante la lettura, a volte compaiono dettagli strambi, simpatiche stranezze… Le sogni durante la notte? Da dove deriva tutto questo bizzarro?

In effetti non l’ho mai capito bene nemmeno io. Essendo un onnivoro della narrazione e amandola in tutte le sue forme, divoro storie in continuazione. Fumetti, serie tv, film, opere teatrali e naturalmente libri. Ognuno di questi supporti ha bisogno di un approccio alla storia sempre diverso dagli altri, quindi la contaminazione è continua. Ho sempre pensato alle mie idee come a degli inquilini invadenti che hanno affittato tutte le stanze libere che hanno trovato nella mia testa. Io ogni tanto apro una porta e dietro c’è in agguato un’idea pronta a saltarmi addosso. So che sono lì, ma non so mai quando attaccheranno e da dove.

Pensate alla mia ispirazione come a Cato Fong, il domestico cinese dell’ispettore Clouseau e avrete un quadro abbastanza preciso del rapporto che c’è tra me e le mie idee.

Spiega ai lettori, in poche parole, la difficoltà del mestiere dello scrittore.

Nello specifico la mia difficoltà maggiore è il tempo. Sempre troppo poco e spesso da impiegare per fare fronte a scadenze o altro. Al contrario, fortunatamente, non ho mai avuto problemi con la materia prima, sempre abbondante e pronta per essere usata. Forse la difficoltà maggiore consiste ancora nel farsi pubblicare. Servono grande impegno e determinazione per trovare un editore ma non solo; i rifiuti se pure un minimo motivati, sono strumenti impagabili per capire cosa dobbiamo cambiare per migliorare il nostro prodotto. Non vanno ignorati. La cosa davvero difficile è non farsi dominare dal proprio ego ed accettare le critiche. Anche se non ci piace ammetterlo, qualcosa di corretto in quelle opinioni c’è sempre.

E se invece ti chiedessi di spiegarne la bellezza?

Di nuovo parlo per esperienza personale. Quando hai un’idea, quella da sola non basta; servono pazienza e costanza per fare sì che trama, eventi, personaggi e tutto quanto vuoi usare, funzionino. Una storia ha un inizio e una fine, che in genere sono le prime cose che mi vengono in mente. Tutto quello che c’è nel mezzo è la vera sfida. Quando finisco e vedo che la storia funziona senza contraddirsi o avere buchi di trama, la sensazione è la stessa che si prova quando costruiamo qualcosa con le nostre mani. L’abbiamo fatta noi. È nostra. Se in più piace, desta sorpresa e intrattiene chi la legge, allora la soddisfazione è impagabile.

Un altro aspetto straordinario della scrittura è il suo valore terapeutico. Quando ho scritto la maggior parte di “Diario di un’avventura improbabile”, ad esempio, non stavo affrontando un buon periodo; scrivere questo libro, così ricco di risvolti comici e grotteschi è stata una cura inaspettata. Mi sono divertito moltissimo e sebbene non fossi certo che tutti avrebbero afferrato citazioni e risvolti comici, ero cosciente di aver creato qualcosa che a suo modo sfidava le convenzioni e nonostante questo funzionava.

Che consiglio daresti a un giovane aspirante scrittore?

Quello che danno molti dei miei colleghi; leggere, leggere, leggere tanto. Scrivere, scrivere, scrivere e sbagliare. Accettare che una percentuale considerevole di quanto scritto non funzionerà e che dovrà essere scartata. Che la loro opera prima, è un’opera prima e quindi quasi certamente ancora immatura e non adatta alla pubblicazione, ma che questo non li deve fermare. Il loro secondo scritto verrà molto meglio. Consiglio sempre di partecipare ai concorsi letterari, specie quelli dedicati ai racconti. Sono ottime palestre. Quando avranno un libro pronto, di partecipare anche a quelli dedicati ai romanzi. La sola preparazione del materiale da inviare, che deve corrispondere a delle specifiche precise, è perfetto per imparare a realizzare le proposte editoriali.

Ci parli del tuo lavoro nel teatro? è un mondo poco conosciuto, ma estremamente affascinante. Come ci si può avvicinare?

Dunque, io mi occupo di teatro da parecchio ormai. La compagnia che ho fondato ha compiuto vent’anni lo scorso anno, e il nostro teatro ne ha ormai sedici. In questi anni abbiamo prodotto decine di spettacoli, per lo più destinati al circuito amatoriale, sebbene nel 2003 abbiamo avuto l’onore di aprire la stagione al teatro dei Filodrammatici di Milano con due lavori distinti; un arrangiamento del Cyranò de Bergerac, scritto e diretto da me per il gruppo di allievi dell’epoca e un adattamento del film The Fisher King, dove oltre a dirigere recitavo nella parte di uno dei protagonisti. Mi sono sempre occupato della regia e degli adattamenti, scritto diversi inediti da noi prodotti e rappresentati, tra cui spettacoli per bambini e ragazzi e tenuto lezioni di teatro. Ad oggi per lo più insegno e scrivo drammaturgie, ma con la nuova stagione ho in serbo un nuovo progetto.

Avvicinarsi al teatro non è difficile. A parte le scuole e le accademie, per le quali spesso è richiesto un limite di età e che sono destinate a chi vuole intraprendere una carriera da attore, esistono numerosi corsi brevi e seminari. Ci sono anche moltissime istituzioni non accademiche ma validissime nella preparazione e nel percorso di studi. Oppure compagnie come la nostra che cercano di introdurre sempre un periodo di laboratorio prima dell’allestimento di un nuovo lavoro.

Quanto ti rivedi in Jonathan Suiff?

Poco o niente in effetti. Lui è molto più intelligente di me e ha scritto più libri. Scherzi a parte, in molti pensano che i pensieri e le considerazioni che Suiff espone nel libro, oppure la storia della sua complicata giovinezza (no spolier), nonché quello che pensa della vita, l’universo e tutto quanto (cit.) siano riflessi della mia personalità. Bè, sorpresa. Non è così. Posso garantirvi che è tutto inventato. Questo è molto soddisfacente perché vuol dire che ho fatto un buon lavoro descrivendo situazioni e sentimenti in maniera tanto realistica da far pensare di averli vissuti.

Nonostante questo, specie verso al fine del libro, emerge un messaggio che considerò importante e che condivido, anche se per ragioni diverse da quelle di Suiff.

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